Il testo e la sua analisi

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Il testo e la sua analisi

Messaggio  Admin il Mar Dic 02, 2008 7:22 pm

Un testo può avere una forma in prosa e in poesia, a scuola veniamo invitati a fare l'analisi. Fare l'analisi di un testo vuol dire scomporlo e indicarne i caratteri letterari a diversi livelli.
1) livello del contenuto, cioè dire di cosa parla il testo.
2) livello sintattico, cioè dire come è costruito il discorso nel testo.
3) livello linguistico, dire cioè il tipo di linguaggio usato.
4) livello lessicale, indicare la terminologia.
5) livello retorico, cioè dire quali artifici retorici l'autore usa.
6) livello metrico, dire il tipo di poesia, verso, rima, usati.

Infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là di quella e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo,ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Analisi:
livello tematico, livello linguistico e sintattico, livello metrico e retorico.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  =MaRy= il Gio Dic 04, 2008 5:31 pm

A livello tematico la lirica si divide in quattro sezioni:
• Versi 1-3: nella prima viene descritta la situazione iniziale: il poeta si trova in un luogo determinato e famigliare (il colle) chiuso da una frontiera, questa siepe che limita alla sua vista.
• Versi 4-8: nella 2a sezione la mente del poeta supera il limite contingente e immagina l’infinito le cui caratteristiche sono l’assenza di limiti, il silenzio, la quiete, la pace (“profondissima quiete”) di fronte a tanta vastitа il cuore del poeta trova un moto di sgomento, di turbamento.
• Versi 8-13: nella 3a sezione il poeta viene ricondotto alla realtа dalla voce del vento (“il vento odo stormir…”) e incominciare ad istituire mentalmente un paragone tra il finito e l’infinito spostandosi dalla dimensione spaziale a quella temporale.
• Versi 13-19: nell’ultima sezione il poeta approda nuovamente all’infinito che torna ad essere connotato con indicazioni spaziali (“questo mare”).


Come si vede a livello tematico la poesia и caratterizzata da una continua tensione fra finito e infinito che si puт cogliere anche a livello lessicale. Infatti, mentre nei primi due versi in cui viene descritto il luogo chiuso e limitato che rappresenta il finito, il poeta adopera esclusivamente parole monosillabiche e bisillabiche.
Nel momento in cui si passa dalla posizione del finito all’infinito si nota la predominanza di parole polisillabiche intenzionalmente dilatate dall’enjabements. L’alternanza di parole bisillabiche e polisillabiche si puт rilevare anche nelle sezioni del testo secondo che il poeta parli del finito o dell’infinito. Sul piano sintattico, l’attenzione va rivolta all’uso di « questo » e « quello » e alla struttura dei periodi. Leopardi attraverso l’uso alternato di « questo » e di « quello » guida il lettore nel suo cammino oscillante fra finito e infinito.
Questo con la funzione di aggettivo o di pronome viene adoperato per esprimere vicinanza ora al finito ora all’infinito. Quello in funzione di aggettivo o di nome viene adoperato per esprimere la lontananza ora al finito ora all’infinito.
La siepe è indicata col pronome « quella » per dire che il poeta и ormai lontano dal finito (verso cinque).
Nei versi 4,5,6 abbiamo un’inversione del periodo. Infatti Leopardi mette prima i complementi oggetto e in fondo il soggetto e il verbo.
Il soggetto che chiudeva l’enunciato precedente si trova all’inizio del periodo. L’Io fisico riacquista la padronanza di sè e si prepara alla totale immersione nell’infinito.
Nel penultimo verso torna l’inversione sintattica mentre nell’ultimo il pronome personale è collocato al centro delle due parole chiave, « naufraghe » e « dolce », quasi ad esprimere anche sintatticamente l’idea dell’immersione dell’Io nell’infinito.
I due concetti di finito e infinito sono espressi non solo attraverso il significato delle parole ma anche mediante l’intreccio delle strutture lessicali, sintattiche, metriche e fonetiche.

Livello metrico
Quindici versi in endecasillabi sciolti (ha adottato un numero di versi vicino a quella del sonetto che è la forma più adatta all’espressione della soggettivitа).
Leopardi rifiuta la suddivisione in terzine e in quartine utilizza l’endecasillabo sciolto usando una struttura continua che riproduce il fluire ininterrotto dell’immaginazione e che ripresenta come uno dei procedimenti attraverso i quali il poeta suscita in chi legge la sensazione dell’infinito e determinano delle sfumature fra struttura metrica e struttura sintattica e in particolare assolvono alla funzione di mettere alla fine e agli inizi del verso congiunzioni avversative che sul piano semantico evocano l’idea dell’infinito.
L’abilitа poetica di Leopardi consiste nell’aver saputo cogliere con rara intensitа di sentimenti in un istante, un rincorrersi di pensieri che vengono fermati nelle parole e che quindi non devono essere spiegati ma piuttosto ascoltati.

Analizzando la lirica da un punto di vista strutturale, si può notare come essa sia “divisa” in quattro sequenze. Nella prima (vv.1-3) Leopardi descrive il panorama che si staglia dinanzi ai suoi occhi (è quindi uno scenario reale); nella seconda (vv.4-Cool gli effetti provocati in lui da questa imperfetta visione (è dunque uno scenario “fantastico”); nella terza (vv.8-11) torna alla realtà grazie al richiamo del vento (ancora uno scenario reale); ed infine nella quarta entra in contatto con l’Infinito (quindi, una seconda sequenza interiore e fantastica).

=MaRy=

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L'INFINITO

Messaggio  CLAUDIETTA=) il Gio Dic 04, 2008 5:34 pm

1)L' idillio si configura come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio per produrre nel lettore la suggestione "dell' Infinito". La vaghezza del linguaggio, basata sull' uso di parole di significato indeterminato, le quali, più che precisare le cose secondo le categorie di spazio e di tempo, ne sfumano i contorni, e con il caratteristico vocabolario leopardiano.
Nell'Infinito Leopardi si concentra decisamente sull'interiorità, sul proprio io, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare l'Infinito. L'esercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacità percettiva, di cui la natura è il limite (rappresentato dalla siepe). Tra la minaccia del silenzio (e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura versi dal 5 all' Cool e la sonorità della natura (E come il vento / odo stormir tra queste piante, versi 8 e 9), il pensiero afferra l'inafferrabile universalità dell'Infinito, superando la contingenza di ciò che ci circonda, che è l'esperienza fortemente voluta dall'autore.
Il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina oltre questa spazi interminabili, che vanno oltre anche la linea dell'orizzonte che la siepe in realtà nascondeva. Richiamato alla realtà da un rumore, da una sensazione uditiva, estende il suo fantasticare anche nell'immensità del tempo. L'Infinito, dunque, ha una duplice valenza: spaziale e temporale.
L'Infinito, nella visione leopardiana, non è un infinito reale, ma è frutto dell'immaginazione dell'uomo e, quindi, da trattare in senso metafisico. Esso rappresenta quello slancio vitale e quella tensione verso la felicità connaturati ad ogni uomo, diventando in questo modo il principio stesso del piacere. L'esperienza dell'Infinito è un'esperienza duplice, che porta chi la compie ad essere in bilico tra la perdità di sé stesso.
Per l'autore il desiderio di piacere è destinato a rinnovarsi; ricercando sempre nuove sensazioni, scontrandosi inevitabilmente con il carattere provvisorio della realtà, per terminare al momento della morte. Secondo questa teoria (teoria del piacere), espressa nello Zibaldone, l'uomo non si può appagare di piaceri finiti, ma ha necessità di piaceri infiniti nel numero, nella durata e nell'estensione: tali piaceri, però, non sono possibili nell'esperienza umana. Questo limite, tuttavia, non persiste nel campo dell'immaginazione, che diventa una via d'accesso ad un sentimento di piacere (espresso nell'ultimo verso) nella fusione con l'infinità del mare dell'essere.
È importante notare, tuttavia, che l'infinito leopardiano non è simile a quello di altri poeti romantici, in cui esso era straniamento dalla realtà per mezzo della semplice fuga nell'irrazionalità e nel sogno: la scoperta e l'esperienza dell'Infinito sono processi immaginativi sottoposti al controllo razionale. Il soggetto, cioè, crea consapevolmente il contrasto tra ciò che è limitato e ciò che è illimitato (l'ostacolo e l'infinito spaziale), e tra ciò che è contingente e ciò che è eterno.
Tale considerazione ci porta a contemplare quello che è il pessimismo dell'autore: egli è consapevole della vanità del suo tendere, sa che tutto è frutto della sua immaginazione, per quanto questa situazione sia dolce.

3,4)
Nonostante la brevità, questo brano contiene tanti spunti di discussione; qui ci limitiamo a poche considerazioni essenziali.
Sul piano sintattico osserviamo che tutto è costruito sulla coordinazione: ben undici sono le volte in cui ricorre la congiunzione "e"; si tratta di una costruzione semplicissima dentro cui il pensiero fluisce con estrema facilità. Dei pronomi/aggettivi dimostrativi e della loro funzione primaria abbiamo già detto. Nel primo verso ci sono due termini rilevanti: ermo e fu; il primo è un arcaismo con il quale il Leopardi cerca di dare agli oggetti, ma anche ai sentimenti, un che di "lontano", un qualcosa che allontani dal mondo quotidiano; il suo linguaggio è quindi ricco di termini poco usati, come ermo, rimoto, ricordanza, donzelletta, garzoncello, ecc.; in questo modo vuole segnare il distacco che c’è (che ci deve essere) tra il linguaggio della prosa e quello della poesia. Se avesse detto "solitario" anziché "ermo", avrebbe banalizzato tutto.
Fu è usato come un tempo verbale che si riferisce non ad un passato già compiuto, ma ad un tempo che contiene passato presente e futuro; possiamo definirlo come "perfetto di eternità"; esso indica una frequentazione assidua del luogo.
Mirando; se il poeta sta seduto dietro la siepe, non può vedere, non può mirare, quindi se ne deduce che il suo "mirare" è tutto interiore, esso equivale a "immaginare con l’intelletto". Spazi e silenzi: il plurale serve ad amplificare i concetti.
Le morti stagioni: sono il passato, con la storia di tante civiltà scomparse; la presente e viva e il suon di lei: è il presente, di cui il Leopardi ode i suoni e le voci; forse si riferisce alla piazzuola in cui giocano i ragazzi, alla bottega del falegname che poi ritroveremo nel Sabato del villaggio.
Naufragar m’è dolce in questo mare: qui abbiamo un ossimoro, l’accostamento cioè di due concetti opposti. Morire e soprattutto morire affogati (naufragar) non è certamente piacevole, ma per il poeta è "dolce". Quest’immagine così dissonante serve ad indicare quei momenti di grande felicità in cui si accetta anche la morte, perché essa è come un sigillo che chiude quell’esperienza di sommo piacere e impedisce il sopravvenire di altre vicende certamente non dello stesso valore.
Ultima annotazione. Il brano si compone di 15 versi; per un poeta come il Leopardi, portarlo a 14 versi e a metterci le rime per fare un sonetto sarebbe stato un giochetto da nulla. Ma il Leopardi non volle mai comporre sonetti, perché il loro schema gli sembrava una gabbia in cui il suo estro non poteva librarsi liberamente. Per questa sua concezione delle forme poetiche, possiamo considerarlo come il "padre" della poesia moderna.

5,6)
Questa poesia si compone di quindici versi endecasillabi, interrotti da numerosi enjambements, che idealmente ampliano il significato di un periodo annullando la pausa del ritmo. L'Infinito, infatti, si compone di quattro lunghi periodi, di cui solo il primo e l'ultimo terminano alla fine di un verso. Il gioco di allitterazioni ed assonanze, poi, regala alla composizione una musicalità interiore, in tema con l'argomento trattato.
L'uso di termini vaghi serve a dare una sensazione di indefinito spazio-temporale che è necessaria a concentrarsi sull'io, e che sollecita l'immaginazione del lettore. È da notare l'impiego di dimostrativi come "questo" o "quello", tesi a descrivere la lontananza dell'oggetto sul piano soggettivo e non su quello oggettivo.
L'autore si serve anche di numerose figure retoriche per sottolineare la musicalità del componimento: iperbati, e metafore danno al componimento un'espressività unica.


Ultima modifica di CLAUDIETTA=) il Gio Dic 04, 2008 5:46 pm, modificato 1 volta
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  winnina1990 il Gio Dic 04, 2008 5:35 pm

Infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là di quella e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo,ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

1)Il Leopardi nella prima parte descrive un paesaggio familiare che illustra delle immagini a lui care come il colle che si erige solitario. La siepe è per lui un ostacolo alla vista materiale, ma un incentivo per attivare la sua immaginazione che si amplia verso sterminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete, che rappresentano un po’ le tre dimensioni, piano, altezza e profondità, di uno spazio infinito. Questa profondissima quiete però non è intesa come silenzio, ma come immobilità, la stessa immobilità che accompagnata al silenzio riesce a spaventare il cuore del poeta tanto è infinita la sua grandezza.
L’autore è riportato alla realtà dal rumore del vento che muove le fronde delle piante intorno a lui, questo rumore gli ricorda le voci dell’epoca presente in cui vive, mentre quell’infinito silenzio è il portavoce delle epoche passate. L’infinito e l’eterno sono rispettivamente riferite allo spazio e al tempo, eterno sia nel passato sia nel futuro, ma non nel presente perché esso è solo un attimo, questi due elementi uniti assieme riescono a formare la sintesi dell’Immensità, dove il pensiero del Leopardi va a picco, poiché non ce la fa a racchiudere in sé questa grandezza, ma nonostante questo perdersi in questa immensità, in queste riflessioni è gradevole
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  pimpi92 il Gio Dic 04, 2008 5:45 pm

[quote="Admin"]Un testo può avere una forma in prosa e in poesia, a scuola veniamo invitati a fare l'analisi. Fare l'analisi di un testo vuol dire scomporlo e indicarne i caratteri letterari a diversi livelli.
1) livello del contenuto, cioè dire di cosa parla il testo.
2) livello sintattico, cioè dire come è costruito il discorso nel testo.
3) livello linguistico, dire cioè il tipo di linguaggio usato.
4) livello lessicale, indicare la terminologia.
5) livello retorico, cioè dire quali artifici retorici l'autore usa.
6) livello metrico, dire il tipo di poesia, verso, rima, usati.

1.Il tema si articola in due momenti distinti: la contemplazione dell'infinito nello spazio, e la contemplazione dell'infinito nel tempo. In un luogo familiare e tranquillo ("sempre caro mi fu..."), una siepe impedisce allo sguardo di spingersi lontano, ma lo sguardo interiore, l'immaginazione, crea ("mi fingo") spazi illimitati, che sfuggono a qualunque forma di esperienza sensibile. Quando il silenzio è rotto da un leggero stormire di fronde, l'io lirico passa alla contemplazione del tempo infinito, anzi dell'assenza di tempo, ovvero l'eternità. Solo a questo punto, raggiunto con un'assidua riflessione, l'io è avvolto dal sentimento di un piacere senza limiti (" e il naufragar m'è dolce in questo mare")

3.Il suo linguaggio è ricco di termini poco usati, come ermo, rimoto, ricordanza, donzelletta, garzoncello, ecc.; in questo modo vuole segnare il distacco che c’è (che ci deve essere) tra il linguaggio della prosa e quello della poesia. Se avesse detto "solitario" anziché "ermo", avrebbe banalizzato tutto.

4.Sul piano sintattico osserviamo che tutto è costruito sulla coordinazione: ben undici sono le volte in cui ricorre la congiunzione "e"; si tratta di una costruzione semplicissima dentro cui il pensiero fluisce con estrema facilità. Dei pronomi/aggettivi dimostrativi e della loro funzione primaria abbiamo già detto. Nel primo verso ci sono due termini rilevanti: ermo e fu; il primo è un arcaismo con il quale il Leopardi cerca di dare agli oggetti, ma anche ai sentimenti, un che di "lontano", un qualcosa che allontani dal mondo quotidiano.

5.ENJAMBEMENT: vengono spezzati con la pausa di fine verso gruppi di parole; in questo modo si collegano due versi insistendo sul significato delle due parole.
IPERBOLE: consiste nell'intensificare un'espressione esagerando o riducendo oltre misura la qualità di una cosa.
ANTITESI: accostamento di elementi contrastanti nella stessa frase.
ONOMATOPEA: è una parola che con il suo suono riproduce o imita un rumore della realtà.
METAFORA: sostituzione di una parola con un'altra che sta con la prima in un rapporto di somiglianza ( confronto sottinteso).

6.Questa poesia si compone di quindici versi endecasillabi, interrotti da numerosi enjambements, che idealmente ampliano il significato di un periodo annullando la pausa del ritmo. L'Infinito, infatti, si compone di quattro lunghi periodi, di cui solo il primo e l'ultimo terminano alla fine di un verso. Il gioco di allitterazioni ed assonanze, poi, regala alla composizione una musicalità interiore, in tema con l'argomento trattato.
L'uso di termini vaghi serve a dare una sensazione di indefinito spazio-temporale che è necessaria a concentrarsi sull'io, e che sollecita l'immaginazione del lettore. È da notare l'impiego di dimostrativi come "questo" o "quello", tesi a descrivere la lontananza dell'oggetto sul piano soggettivo e non su quello oggettivo.
L'autore si serve anche di numerose figure retoriche per sottolineare la musicalità del componimento: iperbati, e metafore danno al componimento un'espressività unica
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  =MaRy= il Gio Dic 04, 2008 5:58 pm

Versione in Prosa: Cool

Sempre caro mi fu questo solitario colle e questa siepe, che mi impedisce per la gran parte lo sguardo. Ma rimanendo seduto e osservando questi spazi senza fine al di là, sovrumani silenzi, in profondissima calma io nel mio pensiero mi fingo; dove per poco il cuore non si spaventa. E come il vento agita queste piante io quell'infinito silenzio a questa voce vado comparando: e arriva l'eterno,
e le stagioni morte, e la presente e attuale, e il suo suono. Così tra queste immensità si perdono il mio pensiero; e il naufragare mi è dolce questo mare.

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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  CLAUDIETTA=) il Gio Dic 04, 2008 6:00 pm

Infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là di quella e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo,ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare .

PROSA
(1) - Ho sempre amato questo colle solitario, e questa siepe, la quale esclude il mio sguardo

da tanta parte del più lontano orizzonte (cioè… che mi impedisce di spaziare con lo sguardo
fino al limite dell'orizzonte che è al di là di essa).

(2) - ma sedendo e guardando, io mi creo nel pensiero (mi figuro, mi immagino) spazi senza fine
al di là di essa, e silenzi più che umani, e quiete profondissima; nei quali (nella quale

immensità di spazio, tempo e silenzio) per poco il cuore non si sgomenta.
(3) - E udendo il vento stormire tra queste piante, io paragono quell'infinito silenzio

(che mi fingo nella mente) a questo suono (del vento che fa stormire le fronde).

(4) - E mi viene alla mente l'eternità (l'eterno, infinito andar del tempo), e le età passate,
e la presente (età), viva, e il rumore che essa (perché viva) produce.

(5) - Così il mio pensiero annega (si annulla) in questa immensità (di spazio e di tempo):
e mi è dolce il naufragare in questo mare (perdermi in questa immensità).
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  pimpi92 il Gio Dic 04, 2008 6:01 pm

Ho sempre amato questo colle solitario, e questa siepe, la quale esclude il mio sguardo
da tanta parte del più lontano orizzonte (cioè che mi impedisce di spaziare con lo sguardo
fino al limite dell'orizzonte che è al di là di essa).
Ma sedendo e guardando, io mi creo nel pensiero (mi figuro, mi immagino) spazi senza fine
al di là di essa, e silenzi più che umani, e quiete profondissima; nei quali (nella quale
immensità di spazio, tempo e silenzio) per poco il cuore non si sgomenta.
E udendo il vento stormire tra queste piante, io paragono quell'infinito silenzio
(che mi fingo nella mente) a questo suono (del vento che fa stormire le fronde).
E mi viene alla mente l'eternità (l'eterno, infinito andar del tempo), e le età passate,
e la presente (età), viva, e il rumore che essa (perché viva) produce.
Così il mio pensiero annega (si annulla) in questa immensità (di spazio e di tempo):
e mi è dolce il naufragare in questo mare (perdermi in questa immensità).
Leopardi, fisso lo sguardo una fissità estatico oltre il limite di una siepe dietro cui si siede,
fantasticando vede, e sente, l'infinito dello spazio, dove sovrumani sono i silenzi, profondissima la quiete.
ed in quel senso dell'infinito l'animo suo quasi si smarrisce. Improvvisamente un soffio di vento fa stormire
le piante, rompe il silenzio immaginato nell'immensità dello spazio…, è quel soffio l'attimo del presente
che passa, uno dei tanti attimi che, susseguendosi senza tregua, costituiscono il tempo e si perdono
nell'infinità dello spazio ed ecco che all'idea dell'infinità dello spazio succede così e si associa nel
poeta l'idea dell'infinità del tempo cioè dell'eterno e insieme a questo il pensiero del trascorrere
di tutte le cose come il soffio del vento e della loro caducità.
Nel sentimento dell'infinito il poeta dimentica se stesso, i propri dolori, e ciò gli è di sollievo.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  winnina1990 il Gio Dic 04, 2008 6:01 pm

VERSIONE IN PROSA INFINITO
Mi è stato sempre caro questo colle solitario e questa siepe che l'orizzonte esclude. Ma quando mi siedo e osservo spazi interminati e silenzi, in tutta quella quiete, mi nascondo nei pensieri, e il cuore si spaventa. E come il vento soffia tra gli alberi, io penso a questo silenzio infinito, e ricordo il tempo passato e quello presente e vivo e il suo rumore; Così, in questa immensità il mio pensiero affonda: e naufragare in questo mare sterminato è dolce
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  TO:) il Gio Dic 04, 2008 6:05 pm

1) Nell'Infinito Leopardi si concentra decisamente sull'interiorità, sul proprio io, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare l'Infinito. L'esercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacità percettiva, di cui la natura è il limite (rappresentato dalla siepe). Tra la minaccia del silenzio (e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura versi dal 5 all'Cool e la sonorità della natura (E come il vento / odo stormir tra queste piante, versi 8 e 9), il pensiero afferra l'inafferrabile universalità dell'Infinito, superando la contingenza di ciò che ci circonda, che è l'esperienza fortemente voluta dall'autore.
Il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina oltre questa spazi interminabili, che vanno oltre anche la linea dell'orizzonte che la siepe in realtà nascondeva. Richiamato alla realtà da un rumore, da una sensazione uditiva, estende il suo fantasticare anche nell'immensità del tempo. L'Infinito, dunque, ha una duplice valenza: spaziale e temporale.
L'Infinito, nella visione leopardiana, non è un infinito reale, ma è frutto dell'immaginazione dell'uomo e, quindi, da trattare in senso metafisico. Esso rappresenta quello slancio vitale e quella tensione verso la felicità connaturati ad ogni uomo, diventando in questo modo il principio stesso del piacere. L'esperienza dell'Infinito è un'esperienza duplice, che porta chi la compie ad essere in bilico tra la perdità di sé stesso (Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio versi 13 e 14) e il piacere che da ciò deriva (e il naufragar m'è dolce in questo mare verso 15).

2) Ecco la versione in prosa Smile
Ho sempre amato questo colle solitario, e questa siepe, la quale esclude il mio sguardo

da tanta parte del più lontano orizzonte (cioè… che mi impedisce di spaziare con lo sguardo
fino al limite dell'orizzonte che è al di là di essa).

(2) - ma sedendo e guardando, io mi creo nel pensiero (mi figuro, mi immagino) spazi senza fine
al di là di essa, e silenzi più che umani, e quiete profondissima; nei quali (nella quale

immensità di spazio, tempo e silenzio) per poco il cuore non si sgomenta.
(3) - E udendo il vento stormire tra queste piante, io paragono quell'infinito silenzio

(che mi fingo nella mente) a questo suono (del vento che fa stormire le fronde).

(4) - E mi viene alla mente l'eternità (l'eterno, infinito andar del tempo), e le età passate,
e la presente (età), viva, e il rumore che essa (perché viva) produce.

(5) - Così il mio pensiero annega (si annulla) in questa immensità (di spazio e di tempo):
e mi è dolce il naufragare in questo mare (perdermi in questa immensità).


3) Il poeta ha usato il pronome femminile singolare "quella", che evidentemente si riferisce alla siepe, proprio perché dei due oggetti di natura, è la siepe e non il colle che il poeta deve maggiormente sublimare: infatti è questa che più lo induce a fare della propria sofferenza una condizione di vita inevitabile. La siepe rappresenta una sorta di muro in una prigione di lusso, che era il palazzo in cui il poeta viveva, anche se il percorso attorno ad essa lo porta in cima al colle ove può guardare l'ampio panorama.
L'avversativo "ma" sarebbe poco spiegabile nel contesto, se ci si fermasse alla positività dell'incipit: visto che il colle e la siepe gli sono "cari" sarebbe stato sufficiente darne subito dopo la spiegazione, quindi in luogo del "ma" avrebbe dovuto esserci un "perché" o semplicemente un "ché".
Mettendo quel "ma" in maniera così netta si ha l'impressione che tra la prima terzina e il resto manchi qualcosa, quella che potremmo definire la contestualizzazione dell'azione. Cioè pur esistendo le coordinate di spazio e tempo ("sempre" e "colle"), l'azione trova la propria motivazione solo al quarto versetto, sicché l'incipit pare sia stato messo meccanicamente, solo allo scopo di motivare quello che sta per accadere, che non è poetico ma filosofico, anche se trattato in maniera poetica. (3)
Il "colle", la "siepe" sono come dei "pre-testi", poiché quanto si sta per dire appare, rispetto alla motivazione iniziale (l'impedimento della vista), come inverosimile o quanto meno esagerato, una sorta di artificiosa ricostruzione emotiva di un qualcosa che avrebbe potuto essere scritto nello Zibaldone. C'è troppa filosofia romantica, idealistica in questo canto perché possa davvero essere un "canto".
E' dunque probabile che il "ma" sia stato messo solo per dare un suono migliore ai due gerundi, perché in questo idillio, ove domina l'endecasillabo sciolto, non c'è un verso che non ambisca a porsi in maniera musicale.
La critica tuttavia è più indulgente: il "ma" è pienamente giustificato in quanto serve per marcare, come un inciso, il passaggio da ciò che la siepe impedisce alla vista degli occhi a ciò che permette alla vista del cuore.
"Sedendo" e "mirando" sono due verbi ambigui: il primo non può semplicemente voler dire che il poeta si metteva "seduto" di fronte alla siepe e lì cominciava a "mirare": sarebbe stato troppo banale. Che importa al lettore se il poeta si trovava seduto o in piedi o sdraiato al cospetto della siepe?
In latino "sedeo" ha molte sfumature: arriva persino a definizioni come "vivere ritirato", "restare fisso o impresso", "star tranquillo o inoperoso", che sicuramente meglio si addicono a un idillio complesso come questo. "Sedendo" per noi vuol dire che mentre si sta fissi, immobili, come una sorta di stilita cristiano o buddista, si sta anche osservando e ascoltando qualcosa, si sta "sentendo" con gli occhi e col cuore; quindi "sedendo" può sì indicare una condizione fisica del momento (la staticità di chi non fa nulla), ma indica anche, proprio perché accompagnato da un gerundio più psichico, più spirituale ("mirando") un vero e proprio stato d'animo, una percezione che non è semplicemente sensoriale, ma metafisica: il poeta sentiva e ammirava, anzi, percepiva e contemplava "spazi", "silenzi" e "quiete", come se tutti i sensi agissero all'unisono, i sensi di un filosofo che vuol mettere in versi le proprie concezioni di vita.
In questi due gerundi c'è tutto il significato del canto, poiché essi esprimono un duplice movimento esistenziale: statico e dinamico, fisico e psichico, la prigione del corpo e la fuga della mente, la realtà insopportabile e i voli della fantasia.
E tuttavia non vogliamo forzare troppo il testo. Se il poeta ha voluto semplicemente specificare che mentre sognava ad occhi aperti era seduto, foss'anche solo per indicare la semplicità dell'azione, l'assoluta povertà degli strumenti usati, nulla da eccepire. Anzi, ci piace immaginare che un giovanotto composto, educato, tutto compìto, anche quando si trova in aperta campagna, improvvisamente osservi con un volto trasfigurato, come Mosé sul Sinai o Cristo sul Tabor, la propria oasi di felicità.
Ciò che il poeta sogna non è di entrare nella vita sociale (almeno qui non viene detto questo), ma di uscire dall'angusta vita familiare, che lo tiene come prigioniero, nonché dai limiti di una vita paesana ch'egli non ha mai capito e con cui non s'è mai confrontato veramente, se non come un intellettuale che osserva dall'alto del suo palazzo la vita che si svolge in piazza, nei campi o negli edifici di fronte (come nel caso della poesia dedicata a Silvia). Qui Leopardi Immagina di poter entrare in un mondo del tutto irreale, paragonabile a quello che può desiderare un mistico rapito dall'estasi o un drogato affetto da allucinazioni.
E' evidente che la sproporzione tra la condizione psico-fisica umana e le potenzialità della natura, anzi dell'universo, essendo enormi, impaurisce, come può impaurire il trapasso da uno stato di coscienza a uno di incoscienza. E' come se il poeta si accingesse a fare un viaggio in una dimensione spazio-temporale del tutto diversa da quella abituale e che, a tale scopo, fosse costretto a una sorta di mutazione genetica. Per desiderare esperienze del genere non è raro vedere persone disposte a tutto, anche ad immolarsi.
Nell'attuale era tecnologica forse l'esperienza che più induce a fantasticare, offrendo l'illusione di una personale onnipotenza, è quella mediatica, specie quella televisiva, ma ora anche quella della rete internet. Il distacco di questi mezzi dalla vita reale permette incredibili "finzioni", che il poeta di Recanati poteva vivere solo con la forza del suo pensiero, che qui usa come una sorta di macchina del tempo che noi oggi vediamo nei film di fantascienza.

4) Il poesa utilizza termini vaghi che servono a dare una sensazione di indefinito spazio-temporale che è necessaria a concentrarsi sull'io, e che sollecita l'immaginazione del lettore. È da notare l'impiego di dimostrativi come "questo" o "quello", tesi a descrivere la lontananza dell'oggetto sul piano soggettivo e non su quello oggettivo.

5) L'autore si serve anche di numerose figure retoriche per sottolineare la musicalità del componimento: iperbati, e metafore danno al componimento un'espressività unica

6) Questa poesia si compone di quindici versi endecasillabi, interrotti da numerosi enjambements, che idealmente ampliano il significato di un periodo annullando la pausa del ritmo. L'Infinito, infatti, si compone di quattro lunghi periodi, di cui solo il primo e l'ultimo terminano alla fine di un verso. Il gioco di allitterazioni ed assonanze, poi, regala alla composizione una musicalità interiore, in tema con l'argomento trattato.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  Vale il Gio Dic 04, 2008 6:09 pm

1) Per quanto riguarda il contenuto dell'infinito possiamo dire che il tema si articola in due momenti distinti: la contemplazione dell'infinito nello spazio, e la contemplazione dell'infinito nel tempo. In un luogo familiare e tranquillo ("sempre caro mi fu..."), una siepe impedisce allo sguardo di spingersi lontano, ma lo sguardo interiore, l'immaginazione, crea ("mi fingo") spazi illimitati, che sfuggono a qualunque forma di esperienza sensibile. Quando il silenzio è rotto da un leggero stormire di fronde, l'io lirico passa alla contemplazione del tempo infinito, anzi dell'assenza di tempo, ovvero l'eternità. Solo a questo punto, raggiunto con un'assidua riflessione, l'io è avvolto dal sentimento di un piacere senza limiti (" e il naufragar m'è dolce in questo mare.").

2) La versione in prosa:
Mi è stato sempre caro questo colle solitario e questa siepe che l'orizzonte esclude. Ma quando mi siedo e osservo spazi interminati e silenzi, in tutta quella quiete, mi nascondo nei pensieri, e il cuore si spaventa. E come il vento soffia tra gli alberi, io penso a questo silenzio infinito, e ricordo il tempo passato e quello presente e vivo e il suo rumore; Così, in questa immensità il mio pensiero affonda: e naufragare in questo mare sterminato è dolce.

3) e 4) Il linguaggio adottato dal Leopardi è piuttosto complicato: si noti intanto come il poeta abbia usato il pronome femminile singolare "quella", che evidentemente si riferisce alla siepe, proprio perché dei due oggetti di natura, è la siepe e non il colle che il poeta deve maggiormente sublimare: infatti è questa che più lo induce a fare della propria sofferenza una condizione di vita inevitabile. La siepe rappresenta una sorta di muro in una prigione di lusso, che era il palazzo in cui il poeta viveva, anche se il percorso attorno ad essa lo porta in cima al colle ove può guardare l'ampio panorama.
L'avversativo "ma" sarebbe poco spiegabile nel contesto, se ci si fermasse alla positività dell'incipit: visto che il colle e la siepe gli sono "cari" sarebbe stato sufficiente darne subito dopo la spiegazione, quindi in luogo del "ma" avrebbe dovuto esserci un "perché" o semplicemente un "ché".
Mettendo quel "ma" in maniera così netta si ha l'impressione che tra la prima terzina e il resto manchi qualcosa, quella che potremmo definire la contestualizzazione dell'azione. Cioè pur esistendo le coordinate di spazio e tempo ("sempre" e "colle"), l'azione trova la propria motivazione solo al quarto versetto, sicché l'incipit pare sia stato messo meccanicamente, solo allo scopo di motivare quello che sta per accadere, che non è poetico ma filosofico, anche se trattato in maniera poetica.
Il "colle", la "siepe" sono come dei "pre-testi", poiché quanto si sta per dire appare, rispetto alla motivazione iniziale (l'impedimento della vista), come inverosimile o quanto meno esagerato, una sorta di artificiosa ricostruzione emotiva di un qualcosa che avrebbe potuto essere scritto nello Zibaldone. C'è troppa filosofia romantica, idealistica in questo canto perché possa davvero essere un "canto".
E' dunque probabile che il "ma" sia stato messo solo per dare un suono migliore ai due gerundi, perché in questo idillio, ove domina l'endecasillabo sciolto, non c'è un verso che non ambisca a porsi in maniera musicale.
La critica tuttavia è più indulgente: il "ma" è pienamente giustificato in quanto serve per marcare, come un inciso, il passaggio da ciò che la siepe impedisce alla vista degli occhi a ciò che permette alla vista del cuore.
"Sedendo" e "mirando" sono due verbi ambigui: il primo non può semplicemente voler dire che il poeta si metteva "seduto" di fronte alla siepe e lì cominciava a "mirare": sarebbe stato troppo banale. Che importa al lettore se il poeta si trovava seduto o in piedi o sdraiato al cospetto della siepe?
In latino "sedeo" ha molte sfumature: arriva persino a definizioni come "vivere ritirato", "restare fisso o impresso", "star tranquillo o inoperoso", che sicuramente meglio si addicono a un idillio complesso come questo. "Sedendo" per noi vuol dire che mentre si sta fissi, immobili, come una sorta di stilita cristiano o buddista, si sta anche osservando e ascoltando qualcosa, si sta "sentendo" con gli occhi e col cuore; quindi "sedendo" può sì indicare una condizione fisica del momento (la staticità di chi non fa nulla), ma indica anche, proprio perché accompagnato da un gerundio più psichico, più spirituale ("mirando") un vero e proprio stato d'animo, una percezione che non è semplicemente sensoriale, ma metafisica: il poeta sentiva e ammirava, anzi, percepiva e contemplava "spazi", "silenzi" e "quiete", come se tutti i sensi agissero all'unisono, i sensi di un filosofo che vuol mettere in versi le proprie concezioni di vita.
In questi due gerundi c'è tutto il significato del canto, poiché essi esprimono un duplice movimento esistenziale: statico e dinamico, fisico e psichico, la prigione del corpo e la fuga della mente, la realtà insopportabile e i voli della fantasia.
E tuttavia non vogliamo forzare troppo il testo. Se il poeta ha voluto semplicemente specificare che mentre sognava ad occhi aperti era seduto, foss'anche solo per indicare la semplicità dell'azione, l'assoluta povertà degli strumenti usati, nulla da eccepire. Anzi, ci piace immaginare che un giovanotto composto, educato, tutto compìto, anche quando si trova in aperta campagna, improvvisamente osservi con un volto trasfigurato, come Mosé sul Sinai o Cristo sul Tabor, la propria oasi di felicità.
Ciò che il poeta sogna non è di entrare nella vita sociale (almeno qui non viene detto questo), ma di uscire dall'angusta vita familiare, che lo tiene come prigioniero, nonché dai limiti di una vita paesana ch'egli non ha mai capito e con cui non s'è mai confrontato veramente, se non come un intellettuale che osserva dall'alto del suo palazzo la vita che si svolge in piazza, nei campi o negli edifici di fronte (come nel caso della poesia dedicata a Silvia). Qui Leopardi Immagina di poter entrare in un mondo del tutto irreale, paragonabile a quello che può desiderare un mistico rapito dall'estasi o un drogato affetto da allucinazioni.
E' evidente che la sproporzione tra la condizione psico-fisica umana e le potenzialità della natura, anzi dell'universo, essendo enormi, impaurisce, come può impaurire il trapasso da uno stato di coscienza a uno di incoscienza. E' come se il poeta si accingesse a fare un viaggio in una dimensione spazio-temporale del tutto diversa da quella abituale e che, a tale scopo, fosse costretto a una sorta di mutazione genetica. Per desiderare esperienze del genere non è raro vedere persone disposte a tutto, anche ad immolarsi.
Nell'attuale era tecnologica forse l'esperienza che più induce a fantasticare, offrendo l'illusione di una personale onnipotenza, è quella mediatica, specie quella televisiva, ma ora anche quella della rete internet. Il distacco di questi mezzi dalla vita reale permette incredibili "finzioni", che il poeta di Recanati poteva vivere solo con la forza del suo pensiero, che qui usa come una sorta di macchina del tempo che noi oggi vediamo nei film di fantascienza.

5) Tra le figure retoriche utilizzate dal poeta sono presenti degli enjambement cioè questa figura retorica consiste nella particolare collocazione della frase che non si conclude con la fine del verso, ma lo scavalca e prosegue, con una o più parole, nel verso successivo. Sono presenti anche allitterazioni, assonanze, iperbati e metafore che regalano al componimento un'espressività unica e musicalità.

6) Per quanto riguarda la metrica possiamo dire che questa poesia si compone di quindici versi endecasillabi e che non sono presenti rime. Il tipo di poesia è un idilio ossia un componimento di brevi dimensioni con spiccate caratteristiche soggettive.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  Pingu*-* il Gio Dic 04, 2008 6:24 pm

[quote="Admin"]Un testo può avere una forma in prosa e in poesia, a scuola veniamo invitati a fare l'analisi. Fare l'analisi di un testo vuol dire scomporlo e indicarne i caratteri letterari a diversi livelli.

1) livello del contenuto, cioè dire di cosa parla il testo.
Il tema si articola in due momenti distinti: la contemplazione dell'infinito nello spazio, e la contemplazione dell'infinito nel tempo. In un luogo familiare e tranquillo ("sempre caro mi fu..."), una siepe impedisce allo sguardo di spingersi lontano, ma lo sguardo interiore, l'immaginazione, crea ("mi fingo") spazi illimitati, che sfuggono a qualunque forma di esperienza sensibile. Quando il silenzio è rotto da un leggero stormire di fronde, l'io lirico passa alla contemplazione del tempo infinito, anzi dell'assenza di tempo, ovvero l'eternità. Solo a questo punto, raggiunto con un'assidua riflessione, l'io è avvolto dal sentimento di un piacere senza limiti (" e il naufragar m'è dolce in questo mare")

2) livello sintattico, cioè dire come è costruito il discorso nel testo.
versione in prosa:
Ho sempre amato questo colle solitario, e questa siepe, la quale esclude il mio sguardo
da tanta parte del più lontano orizzonte (cioè… che mi impedisce di spaziare con lo sguardo
fino al limite dell'orizzonte che è al di là di essa).
(2) - ma sedendo e guardando, io mi creo nel pensiero (mi figuro, mi immagino) spazi senza fine
al di là di essa, e silenzi più che umani, e quiete profondissima; nei quali (nella quale
immensità di spazio, tempo e silenzio) per poco il cuore non si sgomenta.
(3) - E udendo il vento stormire tra queste piante, io paragono quell'infinito silenzio
(che mi fingo nella mente) a questo suono (del vento che fa stormire le fronde).
(4) - E mi viene alla mente l'eternità (l'eterno, infinito andar del tempo), e le età passate,
e la presente (età), viva, e il rumore che essa (perché viva) produce.
(5) - Così il mio pensiero annega (si annulla) in questa immensità (di spazio e di tempo):
e mi è dolce il naufragare in questo mare (perdermi in questa immensità).

3) livello linguistico, dire cioè il tipo di linguaggio usato.
4) livello lessicale, indicare la terminologia.
3) e 4) Il linguaggio adottato dal Leopardi è piuttosto complicato: si noti intanto come il poeta abbia usato il pronome femminile singolare "quella", che evidentemente si riferisce alla siepe, proprio perché dei due oggetti di natura, è la siepe e non il colle che il poeta deve maggiormente sublimare: infatti è questa che più lo induce a fare della propria sofferenza una condizione di vita inevitabile. La siepe rappresenta una sorta di muro in una prigione di lusso, che era il palazzo in cui il poeta viveva, anche se il percorso attorno ad essa lo porta in cima al colle ove può guardare l'ampio panorama.
L'avversativo "ma" sarebbe poco spiegabile nel contesto, se ci si fermasse alla positività dell'incipit: visto che il colle e la siepe gli sono "cari" sarebbe stato sufficiente darne subito dopo la spiegazione, quindi in luogo del "ma" avrebbe dovuto esserci un "perché" o semplicemente un "ché".
Mettendo quel "ma" in maniera così netta si ha l'impressione che tra la prima terzina e il resto manchi qualcosa, quella che potremmo definire la contestualizzazione dell'azione. Cioè pur esistendo le coordinate di spazio e tempo ("sempre" e "colle"), l'azione trova la propria motivazione solo al quarto versetto, sicché l'incipit pare sia stato messo meccanicamente, solo allo scopo di motivare quello che sta per accadere, che non è poetico ma filosofico, anche se trattato in maniera poetica.
Il "colle", la "siepe" sono come dei "pre-testi", poiché quanto si sta per dire appare, rispetto alla motivazione iniziale (l'impedimento della vista), come inverosimile o quanto meno esagerato, una sorta di artificiosa ricostruzione emotiva di un qualcosa che avrebbe potuto essere scritto nello Zibaldone. C'è troppa filosofia romantica, idealistica in questo canto perché possa davvero essere un "canto".
E' dunque probabile che il "ma" sia stato messo solo per dare un suono migliore ai due gerundi, perché in questo idillio, ove domina l'endecasillabo sciolto, non c'è un verso che non ambisca a porsi in maniera musicale.
La critica tuttavia è più indulgente: il "ma" è pienamente giustificato in quanto serve per marcare, come un inciso, il passaggio da ciò che la siepe impedisce alla vista degli occhi a ciò che permette alla vista del cuore.
"Sedendo" e "mirando" sono due verbi ambigui: il primo non può semplicemente voler dire che il poeta si metteva "seduto" di fronte alla siepe e lì cominciava a "mirare": sarebbe stato troppo banale. Che importa al lettore se il poeta si trovava seduto o in piedi o sdraiato al cospetto della siepe?
In latino "sedeo" ha molte sfumature: arriva persino a definizioni come "vivere ritirato", "restare fisso o impresso", "star tranquillo o inoperoso", che sicuramente meglio si addicono a un idillio complesso come questo. "Sedendo" per noi vuol dire che mentre si sta fissi, immobili, come una sorta di stilita cristiano o buddista, si sta anche osservando e ascoltando qualcosa, si sta "sentendo" con gli occhi e col cuore; quindi "sedendo" può sì indicare una condizione fisica del momento (la staticità di chi non fa nulla), ma indica anche, proprio perché accompagnato da un gerundio più psichico, più spirituale ("mirando") un vero e proprio stato d'animo, una percezione che non è semplicemente sensoriale, ma metafisica: il poeta sentiva e ammirava, anzi, percepiva e contemplava "spazi", "silenzi" e "quiete", come se tutti i sensi agissero all'unisono, i sensi di un filosofo che vuol mettere in versi le proprie concezioni di vita.
In questi due gerundi c'è tutto il significato del canto, poiché essi esprimono un duplice movimento esistenziale: statico e dinamico, fisico e psichico, la prigione del corpo e la fuga della mente, la realtà insopportabile e i voli della fantasia.
E tuttavia non vogliamo forzare troppo il testo. Se il poeta ha voluto semplicemente specificare che mentre sognava ad occhi aperti era seduto, foss'anche solo per indicare la semplicità dell'azione, l'assoluta povertà degli strumenti usati, nulla da eccepire. Anzi, ci piace immaginare che un giovanotto composto, educato, tutto compìto, anche quando si trova in aperta campagna, improvvisamente osservi con un volto trasfigurato, come Mosé sul Sinai o Cristo sul Tabor, la propria oasi di felicità.
Ciò che il poeta sogna non è di entrare nella vita sociale (almeno qui non viene detto questo), ma di uscire dall'angusta vita familiare, che lo tiene come prigioniero, nonché dai limiti di una vita paesana ch'egli non ha mai capito e con cui non s'è mai confrontato veramente, se non come un intellettuale che osserva dall'alto del suo palazzo la vita che si svolge in piazza, nei campi o negli edifici di fronte (come nel caso della poesia dedicata a Silvia). Qui Leopardi Immagina di poter entrare in un mondo del tutto irreale, paragonabile a quello che può desiderare un mistico rapito dall'estasi o un drogato affetto da allucinazioni.
E' evidente che la sproporzione tra la condizione psico-fisica umana e le potenzialità della natura, anzi dell'universo, essendo enormi, impaurisce, come può impaurire il trapasso da uno stato di coscienza a uno di incoscienza. E' come se il poeta si accingesse a fare un viaggio in una dimensione spazio-temporale del tutto diversa da quella abituale e che, a tale scopo, fosse costretto a una sorta di mutazione genetica. Per desiderare esperienze del genere non è raro vedere persone disposte a tutto, anche ad immolarsi.
Nell'attuale era tecnologica forse l'esperienza che più induce a fantasticare, offrendo l'illusione di una personale onnipotenza, è quella mediatica, specie quella televisiva, ma ora anche quella della rete internet. Il distacco di questi mezzi dalla vita reale permette incredibili "finzioni", che il poeta di Recanati poteva vivere solo con la forza del suo pensiero, che qui usa come una sorta di macchina del tempo che noi oggi vediamo nei film di fantascienza.
5) livello retorico, cioè dire quali artifici retorici l'autore usa.
Tra le figure retoriche utilizzate dal poeta vi sono degli enjambement cioè questa figura retorica consiste nella particolare collocazione della frase che non si conclude con la fine del verso, ma lo scavalca e prosegue, con una o più parole, nel verso successivo. Sono presenti anche allitterazioni, assonanze, iperbati e metafore che regalano al componimento un'espressività unica e musicalità.

6) livello metrico, dire il tipo di poesia, verso, rima, usati.
Per quanto riguarda la metrica questa poesia è composta da quindici versi endecasillabi e che non sono presenti rime. Il tipo di poesia è un idilio ossia un componimento di brevi dimensioni con spiccate caratteristiche soggettive pig
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  SiSSy*_* il Gio Dic 04, 2008 6:31 pm

1) È una poesia scritta a Recanati nel 1819. Fu pubblicata nel volume "Versi" del 1826, poi nei "Canti" del 1831. Il manoscritto reca, sopra il titolo, l'indicazione "Idillio", inteso non tanto nel significato tradizionale di poesia breve di argomento pastorale, quanto come recupero della condizione originale della Poesia tramite il ricordo. Il poeta ritorna alla fanciullezza, che paragona all'età dell'oro della poesia degli antichi, in una "avventura storica" dell'animo.
"L'Infinito" è anche un testo emblematico della poetica dell'indefinito e del vago che Leopardi, negli anni tra il 1818 e il 1821, elabora in fitte pagine dello Zibaldone e che trova nella "teoria del piacere" il suo fondamento filosofico.
Il tema si articola in due momenti distinti: la contemplazione dell'infinito nello spazio, e la contemplazione dell'infinito nel tempo. In un luogo familiare e tranquillo ("sempre caro mi fu..."), una siepe impedisce allo sguardo di spingersi lontano, ma lo sguardo interiore, l'immaginazione, crea ("mi fingo") spazi illimitati, che sfuggono a qualunque forma di esperienza sensibile. Quando il silenzio è rotto da un leggero stormire di fronde, l'io lirico passa alla contemplazione del tempo infinito, anzi dell'assenza di tempo, ovvero l'eternità. Solo a questo punto, raggiunto con un'assidua riflessione, l'io è avvolto dal sentimento di un piacere senza limiti (" e il naufragar m'è dolce in questo mare.").
L'assoluta novità del testo sul piano tematico si riflette nell'elaborazione formale. I quindici endecasillabi sciolti si articolano in quattro periodi. La coincidenza solo parziale (al v.3 e al v.15) fra periodo sintattico e periodo metrico e il fitto uso di enjambements conferiscono al testo un ampio respiro, con una musicalità tutta interiore sottolineata da assonanze e allitterazioni. Nel lessico, oltre a qualche arcaismo, si notano parole di quattro o cinque sillabe, che denotano il dilatarsi della contemplazione; risaltano inoltre i dimostrativi "questo" e "quello", usati non in funzione oggettiva ma soggettiva, ad indicare ciò che è di volta in volta vicino o lontano rispetto all'anima del poeta.

2) livello sintattico:
l'attenzione è stata rivolta a due aspetti: l'uso di “questo” e “quello” e la struttura dei periodi. Agli studenti viene chiesto di analizzare l'uso dei due dimostrativi all'interno della lirica. Attraverso l'uso alternato dei due dimostrativi, infatti, il poeta guida il lettore nel suo cammino oscillante tra finito e infinito. “Questo”, in funzione di aggettivo, viene adoperato per esprimere vicinanza ora al finito ora all'infinito; “quello”, in funzione di pronome o di aggettivo, è usato per indicare la lontananza dal finito o dall'infinito. Per quel che riguarda l'organizzazione dei periodi, la tendenza all'inversione delle strutture sintattiche riproduce a livello formale il duplice rapporto del soggetto con l'infinito.

3) livello liguistico:
Caratteristico del poeta è l'essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.
Nello "Zibaldone" Leopardi annota una propria descrizione circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare "una lingua per i morti", sottolineando l'uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. L'infinito è paradigmatico per potenza espressiva. L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle parole.
Anche per questo Leopardi è classico, anche se la sua ansia, il tedio della vita, e la personalità esasperata ne fanno un romantico. In Leopardi, accanto alla poetica dell'idillio che si esprime, romanticamente, nel dualismo paesaggio – stato d'animo, si può trovare, parallelamente, una poetica non idilliaca, dalle immagini incisive e dalla sintassi perentoria.
In Leopardi l'originario slancio sentimentale si evolve in una complessa vicenda spirituale. Il poeta parte dal razionalismo illuministico giungendo a negarlo ed a condannare la stessa ragione.

4) livello lessicale:
la tensione tra finito e infinito che attraversa il testo, si può cogliere con particolare evidenza anche a livello lessicale. Mi sono sforzata di far notare agli alunni che, mentre nei primi due versi in cui viene descritto il luogo chiuso e limitato che rappresenta il finito il poeta adopera esclusivamente parole monosillabiche e bisillabiche (Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte), a partire dal verso 3, e con sempre maggior frequenza nei successivi, in cui si passa dalla dimensione del finito a quella dell'infinito, si nota la predominanza di parole polisillabiche ulteriormente dilatate dall'enjambement (ultimo orizzonte, sedendo e mirando, interminati, sovrumani, profondissima).

5) L'autore si serve anche di numerose figure retoriche per sottolineare la musicalità del componimento: iperbati, e metafore danno al componimento un'espressività unica.
FIGURE RETORICHE:
- Interminati spazi ENJAMBEMENT: vengono spezzati con la pausa di fine verso gruppi di parole; in questo modo si collegano due versi insistendo sul significato delle due parole.
-Sovrumani silenzi ENJAMBEMENT
-Interminati IPERBOLE: consiste nell'intensificare un'espressione esagerando o riducendo oltre misura la qualità di una cosa.
-Sovrumani IPERBOLE
-Profondissima IPERBOLE
-Questa siepe ..quella ANTITESI: accostamento di elementi contrastanti nella stessa frase.
-Quello infinito silenzio a questa voce ANTITESI
-Morte stagioni……. viva ANTITESI
-Stormir ONOMATOPEA: è una parola che con il suo suono riproduce o imita un rumore della realtà.
-S'annega…..il naufragar m'è dolce in questo mare METAFORA: sostituzione di una parola con un'altra che sta con la prima in un rapporto di somiglianza ( confronto sottinteso).

6) livello metrico:
Leopardi si serve dell'endecasillabo sciolto col quale crea una struttura continua che riproduce il fluire ininterrotto dell'immaginazione e si configura come uno dei procedimenti attraverso i quali il poeta suscita in chi legge la sensazione dell'infinito. Per affrontare la complessa questione del metro decido di proporre agli studenti alcuni versi di vari autori e chiedo di dividerli in sillabe, segnalando che sono tutti endecasillabi, cioè formati da 11 sillabe metriche.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  matte91 il Gio Dic 04, 2008 6:32 pm

L’Infinito"
Tutto l’idillio è dominato, sia dal punto di vista stilistico che da quello grammaticale-sintattico, dalla giustapposizione ed accostamento di elementi, che fa da pendant ad una struttura distesamente paratattica, basata cioè sulla coordinazione, del discorso: nei vv. 1-2 "quest’ermo colle / E questa siepe", dove si nota anche lo zeugma nella concordanza tra i due termini e "Sempre caro", nel v. 4, "sedendo e mirando", che mette in relazione i due gerundi nei quali è condensata la situazione da cui origina il testo poetico: l’atto di sedere e di guardare al di là della siepe; nei vv. 5-6, dove, all’enumerazione di oggetti retti da "io nel mio pensier mi fingo", posticipato al v. successivo secondo una costruzione molto frequente nella poesia leopardiana, si accompagna l’uso dell’allitterazione in "s" ("Spazi... sovrumani / Silenzi, e profondissima"), e gli enjambement consecutivi dei vv. 4-5 e 5-6. Il v. 8 fa da spartiacque tra la prima parte, dominata dalla descrizione, e la seconda, dove il discorso prende un andamento più interiore e si arricchisce via via di quei significati che sono il risultato del convergere dei motivi che sono tipici del pensiero leopardiano contemporaneo: la similitudine con la natura ("E come il vento...") e il tema del ricordo che dà luogo all’enunerazione più lunga del componimento, quella dei vv. 11-13: "e mi sovvien l’eterno, / E le morti stagioni, e la presente / E viva, e il suon di lei", dove balza all’occhio come la parola "silenzio", che al v. 6 si trovava correlata a "profondissima quiete", è ora messa in relazione con "voce" e che il termine "infinito", che dà il titolo all’idillio apre il v. 10 come aggettivo concordato con silenzio mentre in chiusa Leopardi preferisce avvalersi del sostantivo "immensità". L’enumerazione dei vv. 11-13 dà luogo, tra i vv. 12-13 anche all’anafora di "E", che richiama quella del v. 2 e viene richiamata ancora al v. 15. Molto misurata è la poesia nell’uso degli aggettivi, quasi sempre attinenti alla sfera dell’indeterminato o di grado superlativo ("ultimo", nel senso per esempio di "estremo", "interminati", "sovrumani", "profondissima", dove la quiete acquista un’estensione spaziale che completa il precedente "sovrumani spazi", "infinito", "eterno"). Spiccano pertanto il "caro" del v. 1 e il "dolce" del v. 15 attraverso i quali si compie la parabola dello straniamento tracciata nell’"Infinito": il colle e la siepe, schermo materiale e opaco, si dissolvono lasciando il posto al mare dell’immensità dove il pensiero naufraga come in un abbraccio con la natura e con i ricordi; mentre tutto interno a questo percorso è l’accostamento tra "morte stagioni" e "viva" dei vv. 12-13, specchio dell’opposizione tra il passato e il presente.

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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  winnina1990 il Gio Dic 04, 2008 7:03 pm

6)I quindici endecasillabi sciolti si articolano in quattro periodi. La coincidenza solo parziale (al v.3 e al v.15) fra periodo sintattico e periodo metrico e il fitto uso di enjambements conferiscono al testo un ampio respiro, con una musicalità tutta interiore sottolineata da assonanze e allitterazioni. Nel lessico, oltre a qualche arcaismo, si notano parole di quattro o cinque sillabe, che denotano il dilatarsi della contemplazione; risaltano inoltre i dimostrativi "questo" e "quello", usati non in funzione oggettiva ma soggettiva, ad indicare ciò che è di volta in volta vicino o lontano rispetto all'anima del poeta.
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Re: Il testo e la sua analisi

Messaggio  winnina1990 il Gio Dic 04, 2008 7:10 pm

3)Sul piano sintattico osserviamo che tutto è costruito sulla coordinazione: ben undici sono le volte in cui ricorre la congiunzione "e"; si tratta di una costruzione semplicissima dentro cui il pensiero fluisce con estrema facilità. Dei pronomi/aggettivi dimostrativi e della loro funzione primaria abbiamo già detto. Nel primo verso ci sono due termini rilevanti: ermo e fu; il primo è un arcaismo con il quale il Leopardi cerca di dare agli oggetti, ma anche ai sentimenti, un che di "lontano", un qualcosa che allontani dal mondo quotidiano; il suo linguaggio è quindi ricco di termini poco usati, come ermo, rimoto, ricordanza, donzelletta, garzoncello, ecc.; in questo modo vuole segnare il distacco che c’è (che ci deve essere) tra il linguaggio della prosa e quello della poesia. Se avesse detto "solitario" anziché "ermo", avrebbe banalizzato tutto.
Fu è usato come un tempo verbale che si riferisce non ad un passato già compiuto, ma ad un tempo che contiene passato presente e futuro
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