Il romanzo: caratteri

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Il romanzo: caratteri

Messaggio  Admin il Mar Dic 02, 2008 5:29 pm

1) definisci il romanzo come genere letterario;
2) specifica le origini e le produzioni antiche;
3) indica quali sono stati nel tempo i più importanti romanzi e perchè;
4) il romanzo contemporaneo.
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  matte91 il Mar Dic 02, 2008 5:39 pm

Admin ha scritto:1) definisci il romanzo come genere letterario;
2) specifica le origini e le produzioni antiche;
3) indica quali sono stati nel tempo i più importanti romanzi e perchè;
4) il romanzo contemporaneo.

Romanzo Genere letterario narrativo in prosa, dalla trama estesa e ricca di storie, verosimili o di fantasia, e di personaggi.

Sull’origine del romanzo la critica ha dibattuto a lungo, incerta se riconoscergli un’identità letteraria fin dall’antichità, nelle letterature orientali e poi nel mondo greco e latino; oppure se farlo risalire alle forme narrative, peraltro in versi, dei romanzi francesi medievali; o se infine considerarlo, come sostenevano gli stessi romanzieri del Seicento (secolo cui si è soliti attribuire la nascita del romanzo moderno), una forma di espressione del tutto inedita e non riferibile ad alcun precedente nella tradizione.

Le origini del romanzo

Prose narrative di finzione venivano composte già nel mondo antico, e a queste il termine moderno “romanzo” è stato applicato indiscriminatamente. Molti racconti, che in seguito sarebbero divenuti parte della tradizione letteraria dell’Occidente, trovano la loro origine nelle civiltà assiro-babilonese, aramaica ed egizia.

Nell’ambito della cultura greca, i testi narrativi denominati in seguito romanzi ebbero un successo e una diffusione molto rilevanti nei primi secoli dell’era cristiana. Si possono ricordare, fra gli altri, le Etiopiche di Eliodoro di Emesa; Le vicende efesie di Anzia e Abrocome di Senofonte di Efeso e soprattutto Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, raffinato romanzo pastorale attribuito a Longo Sofista, scrittore vissuto nell’isola di Lesbo tra il II e il III secolo d.C.

I principali esempi di testi romanzeschi della letteratura latina sono indubbiamente il Satyricon, attribuito a un Gaio Petronio che la critica identifica con il Petronio Arbitro, vissuto al tempo di Nerone, e Le metamorfosi, meglio conosciute come L’asino d’oro, di Apuleio.

Per uscire dai confini delle civiltà occidentali e mediorientali, nell’antica India il romanzo ha con ogni probabilità il suo precursore nel Dashakumaracarita (Le gesta dei dieci principi), un ciclo di racconti in prosa di cui fu autore Dandin, vissuto tra il VI e il VII secolo d.C. Nella letteratura giapponese il primo vero romanzo viene identificato nel Genji monogatari (XI secolo) di Murasaki Shikibu. What a Face

Il romanzo cavalleresco in prosa e in versi – che trova la sua più alta espressione nelle opere di Chrétien de Troyes – e il genere narrativo comico francese del fabliau fiorirono in Europa durante il Medioevo, contribuendo allo sviluppo del futuro romanzo.

L’origine del romanzo propriamente detto viene però in genere messa in relazione con l’accentuazione delle componenti realistiche, in particolare nel genere detto romanzo picaresco, dove il protagonista è appunto un pícaro, ovvero un vagaondo allegro e astuto, generalmente ricercato dalle guardie, che passa attraverso una serie di avventure, in parte realistiche e in parte ancora ispirate alle peripezie degli eroi della fiaba. Gli esempi più noti di romanzo picaresco sono l’anonimo Lazarillo de Tormes (1554).
Nel 1605 e nel 1615 lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes pubblicò, in due distinte edizioni, quello che è unanimemente considerato il primo grande romanzo della letteratura occidentale, Don Chisciotte della Mancia. Vi si raccontano le avventure di un nobile decaduto di provincia che si appassiona follemente alle vicende narrate dai poemi cavallereschi, al punto da credere che siano realtà, e che si aggira per le strade assolate di Spagna alla ricerca delle più stravaganti imprese avventurose, che sono tuttavia la proiezione fantastica della sua mente folle.
Un ulteriore progresso nella direzione di una più attenta rappresentazione della realtà attraverso l’analisi psicologica dei personaggi fu compiuto da Madame de La Fayette, autrice di La principessa di Clèves (1678). Nel Viaggio del pellegrino (1678-1684), John Bunyan descrive il mondo con grande acutezza, e i suoi personaggi riescono ad avere una tale evidenza che, anche se il libro era stato originariamente concepito come allegoria religiosa, lo si può agevolmente leggere come un romanzo realistico.

Nel corso del XVIII secolo alcuni scrittori inglesi svilupparono il genere, producendo modelli formali e strutturali destinati a influenzare tutta la narrativa europea e americana. Grandi classici furono Daniel Defoe, Samuel Richardson, Henry Fielding e Laurence Sterne. In Pamela (1740) e Clarissa (1747-48) Richardson trattò realisticamente e con sottile interpretazione psicologica l’antico tema della difesa della castità da parte di una giovane donna, inaugurando un nuovo modello narrativo, il romanzo epistolare, in cui la vicenda viene rappresentata indirettamente dal testo delle lettere scambiate tra due o più personaggi.

Fielding invece, in romanzi come Joseph Andrews (1742), diede origine a una variante di romanzo che egli stesso definì “epica comica”, descrivendo la vita morale e sociale contemporanea in una rappresentazione vastissima, capace di fondere l’attenzione realistica con una profonda cultura classica.
L’opera di Sterne si presenta come una ventata rivoluzionaria negli schemi della narrazione tradizionale: pubblicata a più riprese tra il 1760 e il 1767, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo ha il suo centro tematico proprio nel protagonista e narratore, che subito rivela i suoi intenti paradossalmente sperimentali e dissacratori nei confronti delle regole e delle convenzioni del discorso narrativo, impiegando le prime duecento pagine a descrivere la propria nascita. Sterne realizzò in tal modo il primo metaromanzo della storia letteraria: un romanzo cioè che parla delle strutture stesse del romanzo, rimettendo in discussione le relazioni fra il linguaggio e la letteratura da un lato, e la vita dall’altro. Questa audacissima sperimentazione tecnica troverà seguito solo quasi due secoli dopo, presso i maestri del romanzo novecentesco come James Joyce, Robert Musil, Virginia Woolf e Carlo Emilio Gadda. Suspect
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  Vale il Mar Dic 02, 2008 5:59 pm

1) Per romanzo s'intende una narrazione in prosa di vicende umane più o meno complesse, che riproducono la vita concreta nei suoi caratteri generali o in qualche aspetto particolare, ma che sono per la maggior parte frutto della fantasia di chi scrive; si tratta di una narrazione molto estesa, tale da permettere la caratterizzazione dei personaggi e l'ambientazione storica, sociale, ideologica dell'intera vicenda.

2) Forme primordiali di romanzo sono reperibili nelle antiche civiltà mediterranee e orientali (India, Egitto, Grecia, Italia). L'origine del romanzo moderno è da identificare in quell'intreccio fra la materia cortese e quella del ciclo bretone che in Francia, nel XII sec., produsse il roman, genere in cui si fondavano fantasia e storia, poesia e prosa e che era espresso in una lingua volgare (lingua romanza) contrapposta alla lingua colta (latino) del Medioevo (Roman de Thèbes, Roman de Troie, Roman d'Alexandre, Roman de Renart, Roman de la rose; v. anche ciclo bretone e ciclo classico).

3) Tra i romanzi più rappresentativi si possono ricordare: Robinson Crusoe di Daniel Defoe, i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, La metamorfosi di Franz Kafka ma anche La principessa di Clèves di de La Fayette, Filocolo, Ninfale d'Ameto, Elegia di Madonna Fiammetta di Boccaccio.

4) Il romanzo del Novecento, oltre a continuare nelle diverse direzioni in cui il genere si era andato sviluppando (romanzo di fantasia, romanzo esotico, romanzo d'analisi), da un lato allarga i confini della ricerca psicoanalitica e linguistica con Proust, Joyce, Kafka, Musil, Svevo, e dall'altro porta avanti la rappresentazione sintetica e critica della società (Mann). Su questi due filoni continua a muoversi (accanto alle ricerche di formule nuove, perseguite dalle varie tendenze d'avanguardia e, fra gli altri, dagli scrittori del gruppo cosiddetto del Nouveau roman francese) l'attuale romanzo europeo ed extraeuropeo, investito dai nuovi e complessi problemi portati dalla rivoluzione scientifica e dalle nuove esplorazioni del subconscio.
Per quanto riguarda il romanzo del secondo dopoguerra, un ruolo molto importante spetta a un gruppo di scrittori ebrei, soprattutto newyorkesi, con una cultura fortemente radicata in quella europea: fra loro, Saul Bellow (Le avventure di Augie March, 1953; Il re della pioggia, 1959); Bernard Malamud (L’assistente, 1957); Philip Roth (Il lamento di Portnoy, 1969). Un realismo violentemente satirico è la caratteristica dominante dei romanzi di Norman Mailer (Il nudo e il morto, 1948), che per qualche tempo aderì alla Beat Generation, il movimento che trovò una sorta di manifesto nel romanzo Sulla strada (1957) dello statunitense di origine francocanadese Jack Kerouac. Fra gli esponenti della Beat Generation il narratore più dotato fu probabilmente William Burroughs, autore di Il pasto nudo (1959).
Non pochi narratori, soprattutto nell’ambito della letteratura di lingua inglese, si accostarono ai modelli della narrativa di consumo. Così accadde ad esempio per i romanzi dell’inglese Graham Greene, che in Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) seppe innestare in intrighi avventurosi, prevalentemente di spionaggio, personaggi di peccatori a caccia della salvezza, alle prese con un Dio esigente ma anche amoroso.
Negli Stati Uniti scriveva anche il russo emigrato Vladimir Nabokov, che divenne famoso con Lolita (1955). Un altro russo, Boris Pasternak, perseguitato dallo stalinismo, riuscì a far giungere in Occidente la sua opera maggiore e destinata a diventare un successo mondiale, il romanzo Il dottor Zivago (1957), in cui si affronta il problema dei rapporti fra le vicende personali e gli eventi politici.
Nella seconda metà del Novecento sono state messe radicalmente in discussione le regole base della narrativa. In particolare la scuola francese del Nouveau Roman, o “scuola dello sguardo”, ha puntato la sua attenzione soprattutto sulle relazioni fra gli uomini e le cose, assorbendo il racconto in una descrizione programmaticamente frammentaria. L’autore più rilevante di questa scuola è probabilmente Alain Robbe-Grillet, autore di La gelosia (1957). Solo parzialmente assimilabile al Nouveau Roman è invece la complessa sperimentazione di un narratore come Claude Simon (La strada delle Fiandre, 1960).
Notevoli risultati ha raggiunto l’assidua ricerca linguistica di Raymond Queneau, già iniziata negli anni Trenta e culminante nei romanzi Zazie nel metrò (1959) e I fiori blu (1965). Un ritorno di leggibilità e di narratività, ma costruito su un complesso impianto metanarrativo, caratterizza invece La vita: istruzioni per l’uso (1978) di Georges Perec, definito da alcuni critici il romanzo francese più importante del dopoguerra.
La narrativa italiana degli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale fu caratterizzata dal movimento neorealista, di cui uno dei massimi risultati è il romanzo Cronache di poveri amanti (1947) di Vasco Pratolini. In una direzione molto diversa si mosse la complessa parabola narrativa di uno scrittore come Italo Calvino, vicino al neorealismo nel romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), poi impegnato a costruire nuove ipotesi narrative, attraversando i territori dell’allegoria, del fantastico, del fantascientifico, del metanarrativo, fino alle ultime sperimentazioni a metà tra la narrativa e la saggistica: la sua ricchissima parabola di romanziere va dalla trilogia dei Nostri antenati (1952-1959) alle Cosmicomiche (1965), da Le città invisibili (1972) a Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979).
Notevole scrittrice fu Elsa Morante, che con Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957) e La storia (1974) scrisse romanzi di impianto quasi ottocentesco per la ricchezza degli intrecci benché saldamente inseriti nella cultura del Novecento.
Il romanzo italiano diede, negli anni Sessanta, esiti di buona diffusione commerciale – fenomeno inedito per l’Italia – soprattutto con le opere di Carlo Cassola (La ragazza di Bube, 1960) e Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi-Contini, 1962), mentre costituì un clamoroso caso letterario la pubblicazione postuma del Gattopardo (1958) del principe siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E proprio la Sicilia ha dato vita a un filone della narrativa cui appartengono scrittori come Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta, 1961; A ciascuno il suo, 1966; Todo modo, 1974), Vincenzo Consolo (Il sorriso dell’ignoto marinaio, 1976) e Gesualdo Bufalino (Diceria dell’untore, 1981).
Negli ultimi decenni ha acquistato grande rilievo la narrativa sudamericana, tesa a mediare tra sperimentalismo e narratività: in particolare il brasiliano Joâo Guimarâes Rosa (Grande Sertão, 1956), il colombiano Gabriel García Márquez (Cent’anni di solitudine, 1967), il messicano Carlos Fuentes (La morte di Artemio Cruz, 1962), il peruviano Mario Vargas Llosa (La città e i cani, 1962), l’argentino Julio Cortázar (Il gioco del mondo, 1963), il cubano José Lezama Lima (Paradiso, 1966).
Esiti interessanti ha dato recentemente anche la narrativa postcoloniale dell’Africa e del subcontinente indiano; fra tutti gli autori si ricorda Salman Rushdie, di origine indiana, che con I figli della mezzanotte (1981) e Versi satanici (1988) ha dato prova di grande originalità, sia nella costruzione degli intrecci, frutto di una sorprendente fantasia, sia nella feconda contaminazione della lingua inglese con espressioni indiane.
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  TO:) il Mar Dic 02, 2008 6:00 pm

1) Il romanzo è un genere letterario narrativo in prosa, dalla trama estesa e ricca di storie, verosimili o di fantasia, e di personaggi.

2) Sull’origine del romanzo la critica ha dibattuto a lungo, incerta se riconoscergli un’identità letteraria fin dall’antichità, nelle letterature orientali e poi nel mondo greco e latino; oppure se farlo risalire alle forme narrative, peraltro in versi, dei romanzi francesi medievali; o se infine considerarlo, come sostenevano gli stessi romanzieri del Seicento (secolo cui si è soliti attribuire la nascita del romanzo moderno), una forma di espressione del tutto inedita e non riferibile ad alcun precedente nella tradizione.

3) Alcuni romanzi importanti sono:
London Post - Robinson Crusoe di Defoe
il Werther goethiano e l'Ortis foscoliano

4) Il romanzo è una forma letteraria di genere narrativo che solamente in seguito all'avvento del Romanticismo acquista consapevolmente un'intonazione realistica. A noi oggi esso appare come un componimento narrativo di ampio respiro, di carattere prevalentemente realistico. Nei confronti della novella il romanzo si distingue per una più complessa struttura: mentre la prima si svolge sulla trama di un'unica azione dominante, il secondo riduce all'unità azioni ed esperienze molteplici. E' importante notare come la cultura del primo Novecento in Italia influisca sul genere letterario che in quegli anni sta nascendo: il romanzo. Esso infatti risente del netto declino della fiducia nella ragione e nella scienza. Molte rivoluzionarie scoperte nel campo della fisica avevano distrutto la validità assoluta dei princìpi tradizionali della conoscenza scientifica, degradando così la ragione ad una pura registrazione di fenomeni e privando l'uomo, a causa delle sintesi frettolose di scienziati improvvisatisi filosofi, della sua libertà.
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  pimpi92 il Mar Dic 02, 2008 6:06 pm

Admin ha scritto:1) definisci il romanzo come genere letterario;
2) specifica le origini e le produzioni antiche;
3) indica quali sono stati nel tempo i più importanti romanzi e perchè;
4) il romanzo contemporaneo.

1.Il romanzo é genere letterario narrativo in prosa, dalla trama estesa e ricca di storie, verosimili o di fantasia, e di personaggi.

2.Prose narrative di finzione venivano composte già nel mondo antico, e a queste il termine moderno “romanzo” è stato applicato indiscriminatamente. Molti racconti, che in seguito sarebbero divenuti parte della tradizione letteraria dell’Occidente, trovano la loro origine nelle civiltà assiro-babilonese, aramaica ed egizia.
Nell’ambito della cultura greca, i testi narrativi denominati in seguito romanzi ebbero un successo e una diffusione molto rilevanti nei primi secoli dell’era cristiana. Si possono ricordare, fra gli altri, le Etiopiche di Eliodoro di Emesa; Le vicende efesie di Anzia e Abrocome di Senofonte di Efeso e soprattutto Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, raffinato romanzo pastorale attribuito a Longo Sofista, scrittore vissuto nell’isola di Lesbo tra il II e il III secolo d.C.
I principali esempi di testi romanzeschi della letteratura latina sono indubbiamente il Satyricon, attribuito a un Gaio Petronio che la critica identifica con il Petronio Arbitro, vissuto al tempo di Nerone, e Le metamorfosi, meglio conosciute come L’asino d’oro, di Apuleio.
Per uscire dai confini delle civiltà occidentali e mediorientali, nell’antica India il romanzo ha con ogni probabilità il suo precursore nel Dashakumaracarita (Le gesta dei dieci principi), un ciclo di racconti in prosa di cui fu autore Dandin, vissuto tra il VI e il VII secolo d.C. Nella letteratura giapponese il primo vero romanzo viene identificato nel Genji monogatari (XI secolo) di Murasaki Shikibu.
Il romanzo cavalleresco in prosa e in versi – che trova la sua più alta espressione nelle opere di Chrétien de Troyes – e il genere narrativo comico francese del fabliau fiorirono in Europa durante il Medioevo, contribuendo allo sviluppo del futuro romanzo.
L’origine del romanzo propriamente detto viene però in genere messa in relazione con l’accentuazione delle componenti realistiche della narrazione, così come si verificò nella letteratura spagnola del XVI secolo, in particolare nel genere detto romanzo picaresco, dove il protagonista è appunto un pícaro, ovvero un vagabondo allegro e astuto, generalmente ricercato dalle guardie, che passa attraverso una serie di avventure, in parte realistiche e in parte ancora ispirate alle peripezie degli eroi della fiaba. Gli esempi più noti di romanzo picaresco sono l’anonimo Lazarillo de Tormes (1554) e la Vita del pícaro Guzmán di Alfarache (1599), di Mateo Alemán, spesso tradotta in italiano come Vita del furfante.
Nel 1605 e nel 1615 lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes pubblicò, in due distinte edizioni, quello che è unanimemente considerato il primo grande romanzo della letteratura occidentale, Don Chisciotte della Mancia. Vi si raccontano le avventure di un nobile decaduto di provincia che si appassiona follemente alle vicende narrate dai poemi cavallereschi, al punto da credere che siano realtà, e che si aggira per le strade assolate di Spagna alla ricerca delle più stravaganti imprese avventurose, che sono tuttavia la proiezione fantastica della sua mente folle.
In un certo senso, proprio attraverso il contrasto fra ideale e reale caratteristico del Don Chisciotte, il romanzo occidentale cominciò ad assumersi anche il compito di insegnare ai suoi lettori a comprendere la realtà specifica delle società in cui si trovano a vivere.
Un ulteriore progresso nella direzione di una più attenta rappresentazione della realtà attraverso l’analisi psicologica dei personaggi fu compiuto da Madame de La Fayette, autrice di La principessa di Clèves (1678). Nel Viaggio del pellegrino (1678-1684), John Bunyan descrive il mondo con grande acutezza, e i suoi personaggi riescono ad avere una tale evidenza che, anche se il libro era stato originariamente concepito come allegoria religiosa, lo si può agevolmente leggere come un romanzo realistico.

3.Il DON CHISCIOTTE di CERVANTES è un romanzo antieroico, in cui si fa la parodia degli antichi cavalieri erranti, della legge dell'onore e della stessa arroganza del valore militare.
Ennio Flaiano – Tempo di uccidere
Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore
4.Nuove tematiche a forte connotazione psicologica e filosofica, nonché originalissime tecniche narrative, vennero sviluppate a un livello straordinario di complessità e profondità da quattro scrittori, che segnarono in maniera determinante lo sviluppo della narrativa occidentale nei primi decenni del XX secolo: il francese Marcel Proust, l’irlandese James Joyce, l’ebreo praghese di lingua tedesca Franz Kafka e l’austriaco Robert Musil.
Nei sette volumi che compongono il ciclo romanzesco di Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927), Proust compì una delle più ambiziose imprese della letteratura di tutti i tempi. Nel contesto di una società sottoposta a un profondo cambiamento sociale, che assiste al definitivo declino del mondo aristocratico, egli analizzò minutamente le dinamiche della psicologia amorosa e i meccanismi della memoria, cogliendo insieme la relatività della dimensione temporale e la possibilità per ogni uomo, attraverso gli incontrollabili meccanismi della memoria involontaria, di rivivere l’essenza stessa del proprio passato: un compito che si identifica con la ricerca della verità che è propria della letteratura.
Ulisse (1922) di Joyce riprende il modello narrativo dell’Odissea di Omero, anche se la sua azione è circoscritta a quanto accade nell’arco di una sola giornata nella Dublino contemporanea. Una delle caratteristiche più originali della scrittura di Joyce è l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali l’autore rappresenta, per così dire, “in presa diretta” lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.
Un peso decisivo nell’evoluzione delle tecniche romanzesche spetta anche a Franz Kafka, che in romanzi come Il processo (1925) e Il castello (1926) piegò tecniche della narrativa fantastica a rappresentazioni costruite con minuziosa verosimiglianza e allo stesso tempo caratterizzate da un angosciante senso dell’assurdo e da inquietanti trasfigurazioni oniriche: le private ossessioni psicologiche dell’autore si trasformano in densi simboli del destino umano, in un mondo privo di dei e oppresso da misteriose, incombenti presenze superiori.
Anche l’incompiuto, colossale romanzo di Robert Musil intitolato L’uomo senza qualità (1930-1933, ma altri quattordici capitoli già rivisti dall’autore furono pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 1942) è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento. Mescolando narrazione e riflessione saggistica, Musil sconvolse le tradizionali tecniche romanzesche, costruendo una grande metafora dell’aspirazione dell’uomo alla totalità, e insieme dell’impossibilità di raggiungere una verità che non sia provvisoria e parziale. Nella narrativa americana del dopoguerra, un ruolo molto importante spetta a un gruppo di scrittori ebrei, soprattutto newyorkesi, con una cultura fortemente radicata in quella europea: fra loro, Saul Bellow (Le avventure di Augie March, 1953; Il re della pioggia, 1959); Bernard Malamud (L’assistente, 1957); Philip Roth (Il lamento di Portnoy, 1969). Un realismo violentemente satirico è la caratteristica dominante dei romanzi di Norman Mailer (Il nudo e il morto, 1948), che per qualche tempo aderì alla Beat Generation, il movimento che trovò una sorta di manifesto nel romanzo Sulla strada (1957) dello statunitense di origine francocanadese Jack Kerouac. Fra gli esponenti della Beat Generation il narratore più dotato fu probabilmente William Burroughs, autore di Il pasto nudo (1959).
Non pochi narratori, soprattutto nell’ambito della letteratura di lingua inglese, si accostarono ai modelli della narrativa di consumo. Così accadde ad esempio per i romanzi dell’inglese Graham Greene, che in Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) seppe innestare in intrighi avventurosi, prevalentemente di spionaggio, personaggi di peccatori a caccia della salvezza, alle prese con un Dio esigente ma anche amoroso.
Negli Stati Uniti scriveva anche il russo emigrato Vladimir Nabokov, che divenne famoso con Lolita (1955). Un altro russo, Boris Pasternak, perseguitato dallo stalinismo, riuscì a far giungere in Occidente la sua opera maggiore e destinata a diventare un successo mondiale, il romanzo Il dottor Zivago (1957), in cui si affronta il problema dei rapporti fra le vicende personali e gli eventi politici.
Nella seconda metà del Novecento sono state messe radicalmente in discussione le regole base della narrativa. In particolare la scuola francese del Nouveau Roman, o “scuola dello sguardo”, ha puntato la sua attenzione soprattutto sulle relazioni fra gli uomini e le cose, assorbendo il racconto in una descrizione programmaticamente frammentaria. L’autore più rilevante di questa scuola è probabilmente Alain Robbe-Grillet, autore di La gelosia (1957). Solo parzialmente assimilabile al Nouveau Roman è invece la complessa sperimentazione di un narratore come Claude Simon (La strada delle Fiandre, 1960).
Notevoli risultati ha raggiunto l’assidua ricerca linguistica di Raymond Queneau, già iniziata negli anni Trenta e culminante nei romanzi Zazie nel metrò (1959) e I fiori blu (1965). Un ritorno di leggibilità e di narratività, ma costruito su un complesso impianto metanarrativo, caratterizza invece La vita: istruzioni per l’uso (1978) di Georges Perec, definito da alcuni critici il romanzo francese più importante del dopoguerra.
La narrativa italiana degli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale fu caratterizzata dal movimento neorealista, di cui uno dei massimi risultati è il romanzo Cronache di poveri amanti (1947) di Vasco Pratolini. In una direzione molto diversa si mosse la complessa parabola narrativa di uno scrittore come Italo Calvino, vicino al neorealismo nel romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), poi impegnato a costruire nuove ipotesi narrative, attraversando i territori dell’allegoria, del fantastico, del fantascientifico, del metanarrativo, fino alle ultime sperimentazioni a metà tra la narrativa e la saggistica: la sua ricchissima parabola di romanziere va dalla trilogia dei Nostri antenati (1952-1959) alle Cosmicomiche (1965), da Le città invisibili (1972) a Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979).
Notevole scrittrice fu Elsa Morante, che con Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957) e La storia (1974) scrisse romanzi di impianto quasi ottocentesco per la ricchezza degli intrecci benché saldamente inseriti nella cultura del Novecento.
Il romanzo italiano diede, negli anni Sessanta, esiti di buona diffusione commerciale – fenomeno inedito per l’Italia – soprattutto con le opere di Carlo Cassola (La ragazza di Bube, 1960) e Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi-Contini, 1962), mentre costituì un clamoroso caso letterario la pubblicazione postuma del Gattopardo (1958) del principe siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E proprio la Sicilia ha dato vita a un filone della narrativa cui appartengono scrittori come Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta, 1961; A ciascuno il suo, 1966; Todo modo, 1974), Vincenzo Consolo (Il sorriso dell’ignoto marinaio, 1976) e Gesualdo Bufalino (Diceria dell’untore, 1981).
Negli ultimi decenni ha acquistato grande rilievo la narrativa sudamericana, tesa a mediare tra sperimentalismo e narratività: in particolare il brasiliano Joâo Guimarâes Rosa (Grande Sertão, 1956), il colombiano Gabriel García Márquez (Cent’anni di solitudine, 1967), il messicano Carlos Fuentes (La morte di Artemio Cruz, 1962), il peruviano Mario Vargas Llosa (La città e i cani, 1962), l’argentino Julio Cortázar (Il gioco del mondo, 1963), il cubano José Lezama Lima (Paradiso, 1966).
Esiti interessanti ha dato recentemente anche la narrativa postcoloniale dell’Africa e del subcontinente indiano; fra tutti gli autori si ricorda Salman Rushdie, di origine indiana, che con I figli della mezzanotte (1981) e Versi satanici (1988) ha dato prova di grande originalità, sia nella costruzione degli intrecci, frutto di una sorprendente fantasia, sia nella feconda contaminazione della lingua inglese con espressioni indiane.
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  CLAUDIETTA=) il Mar Dic 02, 2008 6:28 pm

1) definisci il romanzo come genere letterario;
2) specifica le origini e le produzioni antiche;
3) indica quali sono stati nel tempo i più importanti romanzi e perchè;
4) il romanzo contemporaneo.[/quote]

1)Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè "parlare in lingua romanza", vale a dire in lingua di derivazione latina.I primi testi ad essere chiamati "romanzi" appartengono alla letteratura francese delle origini che ancora non si distingue del tutto da quella delle altre nazioni europee che hanno in comune la stessa eredità linguistica e cioè il latino.Il romanzo si distingue dalla novella o racconto per la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità, cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti più elaborati, maggior numero di personaggi. Esistono comunque romanzi brevi, così come esistono racconti lunghi.Deve essere comunque chiarito che, se in italiano, il termine romanzo si riferisce a qualunque narrazione lunga in prosa, in inglese romance sta ad indicare le forme narrative di carattere eroico-mitiche tendenti all'allegoria e in cui si presentano elementi di fantastico, mentre le narrazioni in cui la rappresentazione della vita e la cornice sociale sono realistiche vengono indicate con il termine novel.

2)Forme primordiali di romanzo sono state rintracciate già duemila anni prima di Cristo in Egitto appartenenti al filone fantastico, sentimentale, politico, satirico.Specialmente in età ellenistica infatti i gusti letterari tesero a narrazioni di vario genere, dall'epico al mitologico, dall'umano al fantastico, caratterizzate da una lunghezza piuttosto limitata a dispetto della tradizione omerica.
In India si possono rintracciare intorno al VII sec. d.C. forme embrionali di romanzo nella letteratura indù.
Il Giappone ci offre, tra il X e XI sec. d.C. il testo con una concezione simile al romanzo contemporaneo: La storia di Genji è un vero e proprio romanzo di indagine psicologica eseguita attraverso le storie di un Don Giovanni dell'epoca.
Anche in Cina, intorno al XIV sec. d.C il romanzo diventa un genere popolare, ed intorno al XVI sec. d.C. viene prodotto il famoso Chin P'ing Mei.

3)

4)Il Romanzo del primo Novecento risulta un genere decisamente nuovo, caratterizzato dalla sperimentazione di moduli espressivi atti a rendere le inquietudini e la sensibilità di un uomo travolto da una crisi totale e privato dalla possibilità sia di essere che di conoscere oggettivamente la realtà. Questo romanzo in cui eroi sono personaggi disorientati e scissi, costituisce il risultato di un lungo processo di trasformazione del modello ottocentesco, infatti la narrativa aveva puntato sulla raffigurazione di psicologie complesse e fuggenti, privilegiando una prospettiva soggettivistica. Nel Novecento letterario, l'attenzione dello scrittore si sposta dall'esterno all'interno. Al centro della narrazione non vi è più il rapporto tra il personaggio e l'ambiente, ma lo scavo interiore che mette a nudo tutte le sfaccettature del sentimento. Inoltre, l'artista cerca di ricostruire il mistero (che nell'800 si era completamente perso) attraverso il linguaggio, che si rende espressione delle misteriose irradiazioni degli oggetti, ed è vissuto come dramma, come coscienza della disntegrazione di sè.
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Re: Il romanzo: caratteri

Messaggio  winnina1990 il Gio Dic 04, 2008 5:21 pm

1)
Per Romanzo s’intende una narrazione piuttosto estesa, generalmente in prosa, di vicende che possono essere reali o di fantasia, con uno o più personaggi ed un intreccio ricco di sviluppi che può giungere ad una conclusione positiva o negativa.

Nonostante forme precedenti che risalgono all’età ellenistica e successivamente alla ricca fioritura delle avventure medievali, è al XVIII secolo che i critici fanno risalire la nascita del romanzo moderno
2)
SETTECENTO: al centro del romanzo settecentesco è sicuramente l’indagine della società contemporanea, come una sorta di strumento di critica, di diffusione delle idee, di impegno nel raccontare il proprio mondo, i propri costumi, i conflitti e il pensiero di una nuova classe emergente: la borghesia.

L’evoluzione di questo ceto, (determinato dallo sviluppo susseguente alla rivoluzione industriale) che accanto alla ricchezza inizia ad interessarsi alla cultura come momento di svago, determina il cambiamento della produzione letteraria non più volta ad una tradizione classicista e aulica ma una narrativa più vicina alla realtà concreta, ricca di avventure divertenti, popolata da eroi borghesi e scritta in modo semplice e chiaro.

Tutto ciò determina lo sviluppo di una cultura di massa che contribuisce all’incremento di una vera e propria industria editoriale, che diventa per lo spirito borghese una vera e propria fonte di investimento e di guadagno. Uno dei rappresentanti di spicco di questo periodo è senza dubbio DANIEL DEFOE autore di Vita e avventure di Robinson Crusoe (1719).

Significativo è il fatto che questo autore scrisse il romanzo non per “vocazione letteraria” (egli era un commerciante ed un giornalista) ma per ottenere dei soldi per pagare dei debiti precedenti. Anche il suo personaggio R. Crusoe incarna lo spirito d’iniziativa della nuova classe borghese e grazie al suo ingegno e laboriosità riesce a far fronte a numerose difficoltà che seguono il suo naufragio su di un’isola deserta.
3)
- Il ritratto di Dorian Gray,
di OSCAR WILDE, con il quale l’autore inglese oppone al puritanesimo vittoriano i suoi atteggiamenti eccentrici, la vocazione allo scandalo, il disordine alla vita che conosce un processo per omosessualità, la prigione e la miseria.
- La coscienza di Zeno
fa entrare nella letteratura le teorie da lui studiate della psicanalisi di Freud. L’opera si presenta come una sorta di diario terapeutico affidato da Zeno al suo medico e da lui mandato alla stampa. Entra in gioco un nuovo personaggio, in opposizione all’eroe dannunziano, l’inetto, colui che non ha qualità
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Re: Il romanzo: caratteri

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